RIFLESSIONI DI FINE D’ANNO (A. SECCI)

Scritto da il 24 dicembre 2018

“Macron ci parla della fine del mondo, per noi il problema è arrivare alla fine del mese”.

In questa frase, espressa lucidamente da un manifestante in gilet giallo in qualche parte della Francia, è sintetizzata la situazione di crisi che l occidente sta vivendo (vedi al riguardo il nostro approfondimento del 27 novembre 2018).

In modo più teorico l’ha scritto in modo esemplare Paul De Grauwe nel suo ultimo libro, I limiti del capitale. Oggi il sistema di mercato si trova di fronte a due limiti: uno esterno imposto dall’ambiente, e uno interno, causato dalle grandi disuguaglianze.

Gli stati democratici, abbacinati dalla grande illusione neoliberista, hanno fatto crescere a dismisura questi problemi, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Blocco dell’ascensore sociale, crescita della povertà in ragione dell’aumento del divario fra i redditi, disuguaglianze di genere irrisolte, occupazione che non cresce in un’economia dominata dalle nuove tecnologie digitali, intere aree geografiche coinvolte a vario titolo in migrazioni epocali, cambiamenti climatici repentini, guerre per il controllo delle risorse sempre più scarse.

La sinistra che, è stata a lungo al governo in varie forme e alleanze politiche, non ha colto in tempo la dimensione dei problemi e ha creduto che la globalizzazione potesse innestare meccanismi di cui potessero giovarsi anche le classi meno abbienti. Non ha tenuto conto a sufficienza le conseguenze della diffusione tecnologica e del dumping sociale dei paesi della periferia mondo, nonchè della gravità dei problemi ambientali causati dall’uomo, tanto che oggi non si parla più di una generica difesa dell’ambiente ma di come cambierà la vita dell’uomo cosi come si è sedimentata nel corso della sua storia tanto che molti parlano di antropocene, un’epoca – cioè – in cui l’azione dell’uomo è equiparata a quella di un agente atmosferico o tellurico.

Anche la borghesia, passata l’euforia finanziaria e non potendo pensare di

continuare a vivere di rendita, finalmente si rende conto che la situazione è arrivata ad un bivio e che occorre affrontare i problemi ambientali e il crescere delle disuguaglianze e diventa sempre più minoritaria la soluzione proposta da Trump e da alcuni paesi europei di negare la realtà e di sognare il ritorno al passato, fatto di barriere doganali e di rilancio del nazionalismo: la Brexit (su cui v. il primo approfondimento del 3 dicembre 2018) insegna che l’isolamento non è tutte rose e fiori,mentre la Cina continua per la sua strada facendo in pochi anni quello che gli altri non sono in grado neppure di immaginare, dimostrando la superiorità del capitalismo di stato rispetto alla tanto osannata libera iniziativa, pur se questo è possibile attualmente solo a scapito dei diritti umani.

Viviamo così una stagione in cui finalmente le parti migliori delle società prendono atto che le politiche economiche e le istituzioni democratiche devono essere cambiate e che un nuovo patto fra capitale e lavoro in occidente va riscritto perché il benessere non è fatto solo di crescita del pil e di rigore finanziario.

Purtroppo in Italia la sinistra parte svantaggiata per questo incontro che prima o poi si farà: impaurita e ridotta al suo minimo storico quella tradizionale, litigiosa e frammentata quella che ha capito tutto ma non sa come spiegarlo alla nazione ;ed il populismo alla Salvini o quello del Movimento 5 stelle, non sono all’altezza per affrontare questi problemi. Il dibattito sulla legge di bilancio ne è una chiara dimostrazione.

Intanto a livello globale continua una divisione fra internazionale socialista tradizionale, paralizzata da anni, e nuove alleanze progressiste da divenire, mentre il pensiero liberale oscilla fra il ritorno all’ordine ed il confronto con la società in movimento.

I problemi da affrontare sono stati messi a fuoco: la necessità di un ripensamento del lavoro nell’era digitale e della conoscenza con la frammentazione e la disoccupazione che ne derivano; il ruolo dello stato nell’economia, che non può più essere solo un regolatore ma deve promuovere innovazione e creare opportunità di lavoro; il ruolo delle grandi organizzazioni sovranazionali uscite dalla seconda guerra mondiale,il ripensamento dell’Europa del suo welfare e della sua area valutaria comune; nuove politiche contro l’elusione e l’evasione fiscale, politiche sovranazionale per la pace e la sicurezza; il contrasto della finanza selvaggia dei future e dei derivati che distruggono l’economia reale, e in più, per l’Italia, una revisione costituzionale del sistema dei poteri centrali e periferici, una semplificazione amministrativa, una sempre più efficace lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione e all’evasione fiscale.

Sprazzi teorici su tutti questi argomenti cominciano a circolare da alcuni anni, sopratutto grazie ad una nuova generazione di economisti, come per esempio nel  dibattito sulla teoria del valore nell’economia digitale basata sulla conoscenza, ma manca ancora una sintesi efficace e il lavoro di tante menti di buona volontà non è sufficiente; occorre una mente collettiva, capace poi di tradurre in azione le analisi: cioè un partito.

Con questo auspicio si chiude un altro annus horribilis.

Dicembre 2018

 


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