Il programma economico dell’0n. Bonino di Andrea Secci

Scritto da il 16 febbraio 2018

Il programma + Europa presentato nei giorni scorsi dalla lista radicale capeggiata dall’on. Bonino ed affiancata alla lista PD è quanto di più ideologico e liberista si sia letto negli ultimi anni e forse invece che + Europa dovrebbe chiamarsi + rigorosi degli ordoliberisti della Bundesbank.
Tra le tante cose che scrivono i radicali liberisti c’è la proposta di congelare la spesa pubblica primaria per i prossimi 5 anni così da ridurre il debito pubblico del 22 %, quella di ridurre l’Ires alle imprese compensandolo con l’aumento dell’IVA, il tutto condito con una raffica di privatizzazioni.

Le conseguenze sociali ed economiche di tali proposte sono di semplice lettura:
il debito pubblico italiano non dipende dalla spesa primaria che fra l’altro è in attivo dell’1,5%, ma dagli interessi sul debito che in media sono del 4% sugli oltre 2200 miliardi di debito italiano (la cifra cambia ogni minuto) e dagli errori fatti dal Tesoro nella gestione dei derivati sugli interessi che ha causato in 10 anni 24 miliardi di perdite (e non è ancora chiaro se il problema possa considerarsi concluso). Bloccare la spesa primaria al netto dell’inflazione potrebbe significare una riduzione della spesa dell’ 8/9% in 5 anni sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola etc. Inoltre siccome la spesa primaria dello stato rappresenta circa il 50% dell’economia si avrebbero minori entrate fiscali e quindi il debito aumenterebbe automaticamente dato che è calcolato in % del pil.

Stesso calcolo si può fare con la proposta di riduzione dell’Ires finanziata con l’aumento dell’Iva. Infatti mentre l’IVA la pagano tutti ricchi e poveri e se per i ricchi non è l’aumento dell’IVA che ridurrà i loro consumi, ciò non è vero per i meno abbienti che viceversa li ridurranno, quanto all’ipotesi che la diminuzione dell’IRES aumenterà la competitività delle imprese questo è vero solo per le aziende esportatrici non per quelle che lavorano solo sul mercato interno, penalizzate dalla riduzione dei consumi, il tutto porterebbe ad un’ulteriore riduzione del gettito fiscale e quindi ad un ulteriore aumento del debito.
Quanto alle privatizzazioni, meglio stendere un velo pietoso: ormai abbiamo venduto quasi tutto rinunciando ad una politica industriale degna di questo nome e offrendo ai privati tutto ciò che era fonte di reddito. Quello che resta è gravato di debiti che in caso di vendita ovviamente dovrebbero essere accollati allo stato, altro che riduzione del debito! (es. tipico il caso di ATAC a Roma, dopo quello di Alitalia).

Ancora una volta in nome dell’Europa si vogliono portare avanti ricette sbagliate non solo socialmente ma per tutta la collettività.
Quello che è strano è che di fronte ad una così chiara dimostrazione di politica ultraliberale, che ha fallito in tutti i paesi in cui è stata applicata, il partito democratico non abbia commentato le proposte del suo alleato riformista di spicco.


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