Non aver paura di Andrea Secci

Scritto da il 14 febbraio 2018

Secondo gli ultimi sondaggi il 70% degli italiani ha paura.

I sondaggi esprimono una tendenza e i numeri non vanno presi come oro colato, comunque rappresentano uno stato d’animo diffuso che non si supera con l’ottimismo di maniera, snocciolando i dati di una minima ripresa economica e del numero dei reati diminuiti: la paura ha dei fondamenti reali e va combattuta dicendo la verità sulle cause ed indicando la via per batterla.

Questa paura in Italia, come in gran parte dell’Europa, deriva sostanzialmente dagli errori della politica dei paesi occidentali di questi ultimi vent’anni che non ha saputo predisporre adeguate misure contro l’incremento spropositato delle disuguaglianze, ha lasciato che il lavoro venisse sempre più svilito a favore delle rendite vecchie e nuove create dalle piattaforme tecnologiche, ha favorito il diffondersi di focolai di guerra che sono divampati ad intere regioni, ha abbandonato la via dello sviluppo sostenibile per quella dell’austerità.

La conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: paura per la difficoltà ad integrare gli immigrati che pur creando ricchezza (+8,9 % del pil) creano anche inevitabili squilibri di convivenza immediata, paura per il caro vita che fa aumentare le povertà, paura per un futuro senza lavoro stabile fatto di lavoretti sottopagati, paura per le pensioni sempre meno adeguate al caro vita.

Su tutti questi argomenti molte sono le proposte per un’inversione di tendenza elaborate da centri di ricerca e luoghi (pochi) della sinistra che hanno ripreso a pensare tra cui, in parte, anche il programma di liberi ed uguali, ma è certo che la strada è lunga e che molto profondi sono i rapporti di forza da cambiare in Italia ed in Europa prima di arrivare alla ricostruzione di un pensiero sociale adeguato ai nostri tempi e condiviso da grandi masse popolari.

Nel frattempo che fare per ridare fiducia ad un futuro senza angosce?

Un buon esempio ci viene da New York fino a pochi anni fa città ai primi posti nelle statistiche della criminalità, un basso tasso di crescita ed un tendenziale calo demografico; negli ultimi anni e precisamente dal 1 gennaio 2014 con l’inizio del mandato del sindaco De Blasio le cose hanno cominciato a cambiare. Il sindaco, di origini italiane, ha cambiato innanzitutto il modo di fare politica con un rapporto quotidiano con i cittadini, con nuove direttive contro i metodi repressive della Polizia, poi con grandi piani di riqualificazione urbana condivisi dalla popolazione, per sconfiggere le conseguenze più dannose della gentrificazione che portava ad espellere i vecchi abitanti dalle zone risanate, con un piano capillare di costruzione di asili nido, con un piano decennale di costruzione di 200.000 alloggi di edilizia popolare a canoni calmierati, riducendo nel frattempo le agevolazioni fiscali ai grandi immobiliaristi, aumentando le imposte alle grandi fortune.
Il tutto senza dimenticare lo sviluppo tecnologico: portando il wifi gratuito in quasi tutte le periferie (il programma è in itinere) creando spazi adatti alle attività tecnologiche e agli scambi con le università e potenziando il trasporto pubblico e l’assistenza legale pubblica gratuita per assistere gli sfrattati. Ora è in corso un grande progetto per la riqualificazione di tutto il distretto dello spettacolo e per la diffusione nelle periferie di attività culturali con la riapertura di molte librerie e spazi pubblici con il coinvolgimento di tutto il mondo della cultura cittadina.

A Novembre De Blasio è stato rieletto con un grande margine di vantaggio perché aveva mantenuto le sue promesse: campagna sul problema della povertà e delle diseguaglianze, più equilibrio nello sviluppo urbano, più solidarietà, meno paura: hashtag #progress.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: grande fermento culturale anche se la cultura è ancora troppo legata al business, meno homeless, meno sirene della polizia che comunque presidia il territorio, settore edilizio in grande fermento, boom del turismo e musei pieni tutti i giorni.

Non è certo il migliore dei mondi possibili ma ci si vive meglio di una volta: possiamo provare anche nel Lazio a fare cose simili?


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