Minori Stranieri non accompagnati

Scritto da il 19 gennaio 2018

MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI (MSNA)

Perché occuparsi di MSNA?

Negli ultimi dieci anni, è divenuto un elemento comune delle migrazioni a livello mondiale la presenza dei minori che si spostano senza una figura adulta di riferimento che li accompagni: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che circa la metà delle persone rifugiate al mondo sono minorenni e in particolare i minori soli rappresentano da un minimo del 4% a un massimo del 15% della popolazione richiedente asilo nei paesi di destinazione.

L’aumento repentino del numero di Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) nei flussi migratori a livello internazionale ed europeo in particolare, ha portato a decisioni “straordinarie” e a una riflessione sulle cause ma soprattutto sulle politiche e sulle pratiche di inclusione messe in campo. Tuttavia sembra che si possa dire che molto poco sia stato analizzato relativamente all’impatto che tali scelte hanno avuto (e stanno avendo) sul sistema del welfare a livello locale né sembra che si siano considerati gli effetti che le decisioni governative pongano in termini di correttivi alle misure intraprese (Giovannetti, Accorinti, 2017).

La migrazione di giovani, non ancora maggiorenni, che intraprendono il viaggio da soli, si è manifestata nel panorama italiano in maniera particolare durante gli anni Novanta (in particolare con l’esodo proveniente dall’Albania), contestualmente all’intensificarsi dei movimenti migratori globali, tuttavia anche negli anni precedenti piccoli gruppi di MSNA si inserivano in progetti migratori di “cugini”, “amici” adulti. Negli ultimi dieci anni il profilo tracciato dall’analisi delle storie di vita di MSNA ritrae adolescenti e giovanissimi perlopiù di sesso maschile provenienti specialmente dall’Albania, Marocco, Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Tunisia, Eritrea, Gambia, che giungono in Italia, da soli, spinti dalla speranza di trovare un lavoro e un futuro migliore.

Le motivazioni sono frammentate e rappresentano antiche e moderne aspirazioni migratorie (Melossi, Giovannetti, 2002): dalla fuga dalla guerra, alla ricerca di nuove opportunità lavorative, dal desiderio di proseguire gli studi in paesi in cui l’istruzione gratuita raggiunge la scuola secondaria alla sperimentazione di nuovi modelli di vita. A fianco a motivi personali sono associate anche aspirazioni familiari: il minore è il componente della famiglia su cui si investe perché ha più chance di trovare lavoro ma soprattutto di non essere espulso. Infine la “costruzione sociale” dell’Italia nell’immaginario dei minori in base a diverse fonti di conoscenza spesso combinate tra loro: da quelle più ricorrenti di natura amicale a quelle mediatiche veicolate sui social.

 I dati sul fenomeno: quanti sono i MSNA ?

È bene chiarire che informazioni esatte sul fenomeno non sono definibili per un complesso di motivi, tra cui, anzitutto, il fatto che inserendosi in circuiti migratori di adulti, le “tracce” dei minori si perdono facilmente. Secondo elemento, come molta parte dei dati sull’immigrazione, sebbene possano essere identificate diverse fonti in grado di fornire statistiche più o meno precise e aggiornate, le stesse spesso non convergono, anche perché analizzano la situazione da punti di vista differenti. Ad esempio tra le fonti istituzionali, per l’Italia, il Ministero dell’Interno fornisce informazioni di flusso sui minori richiedenti protezione internazionale (quindi ad esempio quanti minori sono presenti al momento dello sbarco in quel determinato porto), mentre il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali diffonde i dati di stock sui non richiedenti (quindi ad esempio quanti minori sono presenti nei Centri di accoglienza in Sicilia).

Partendo dai dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nel 2015 le domande di protezione internazionale presentate in 78 Paesi da MSNA sono state 98.400 (in particolare da minorenni afghani, eritrei, siriani e somali) mentre risultavano 34.300 nel 2014 e 25.300 nel 2013.

Se poi si considera il livello europeo, fino al 2013, le statistiche diffuse da EUROSTAT mostrano un andamento grosso modo stabile nel numero di richieste di protezione internazionale presentate nei paesi europei intorno ai 12.000 MSNA. Il primo e più modesto picco si è registrato nel 2014, anno in cui le richieste sono state 23.150 mentre il secondo, molto più marcato, è avvenuto nel 2015, quando le domande di protezione presentate in Europa sono state 104.195.

Passando al caso italiano le stesse statistiche europee mostrano che l’Italia si caratterizza principalmente per la presenza di MSNA che non richiedono asilo e per l’influenza della posizione geografica nelle modalità di arrivo dei migranti (adulti, famiglie, minori): negli ultimi anni si è assistito a un forte aumento nel numero totale di migranti sbarcati sulle coste meridionali pari a 170.100 persone arrivate nel 2014, 153.842 nel 2015 e 181.436 nel 2016.

Per gli stessi anni, i dati UNHCR mostrano una percentuale di minori pari rispettivamente al 26%, al 16% e al 28%. Tra questi, la quota dei non accompagnati è maggioritaria al punto che nel 2016 costituivano la quasi totalità dei minori sbarcati.

In ragione della sua posizione geografica, l’Italia finisce per intercettare le richieste dei minori che provengono dal continente africano e che confluiscono sulla rotta del Mediterraneo centrale: si tratta per lo più di adolescenti, maschi, che arrivano anche da paesi come il Gambia, il Ghana, il Senegal e la Costa d’Avorio, affrontando quindi un lungo e pericoloso viaggio fino all’imbarco dalle coste della Libia.

Tornando alla fonte dei dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, alla fine del 2016, i MSNA (per lo più non richiedenti asilo) presenti nelle strutture di accoglienza nel Paese erano 17.373, un dato in crescita rispetto agli anni precedenti, con una percentuale, anch’essa in leggera crescita, di ragazze provenienti dalla Nigeria, Eritrea e Albania. Una volta preso in carico dal sistema di accoglienza italiano, il minorenne ottiene un permesso di soggiorno per minore età che gli consente di beneficiare di un progetto di intervento sociale e dell’accoglienza. A seguito del compimento dei 18 anni il primo permesso di soggiorno può essere convertito in un nuovo permesso (per motivi di studio, di accesso al lavoro, di lavoro subordinato o autonomo, per esigenze sanitarie o di cura), qualora il minorenne sia arrivato in Italia da almeno tre anni e abbia seguito un percorso di inserimento in un programma di integrazione per almeno due anni. Per coloro che non possiedono tali requisiti, la conversione non è automatica ma è subordinata ad una decisione del Tribunale per i Minorenni oppure a un parere emesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

C’è da considerare anche che non è raro che i MSNA si allontanino volontariamente dalle strutture in cui sono stati accolti: a fine del 2016, i fuoriusciti dal sistema dell’accoglienza erano arrivati a quota 6.561 forse perché vogliono richiedere la protezione internazionale in altri paesi europei. Più in generale, la presenza di un crescente numero di irreperibili getta un’ombra sull’adeguatezza del sistema d’accoglienza, il quale potrebbe essere percepito da alcuni minori come un ostacolo alla realizzazione del proprio progetto migratorio e la realizzazione di veloci guadagni.

  1. Le procedure: come funziona l’accoglienza?

In Italia, la centralità del governo locale nell’ambito delle politiche migratorie e in particolare nella gestione dell’accoglienza e dell’integrazione sociale sul territorio di segmenti particolarmente vulnerabili (profughi, vittime di tratta e MSNA appunto), è andata aumentando di pari passo con i processi di decentramento, ovvero con le riforme istituzionali e amministrative che, nel corso degli anni Novanta, hanno assegnato ai Comuni un’autonomia sempre maggiore anche nell’ambito delle politiche dei servizi (Giovannetti-Accorinti, 2017).

Per i Comuni, in qualità di soggetti deputati all’accoglienza del minore e all’attivazione della rete dei servizi sociali, il tema dei giovani stranieri non accompagnati è divenuto centrale. La questione dell’accoglienza e della protezione dei minori stranieri soli si è imposta per il forte impatto sul sistema del welfare locale, condizionandone gli aspetti organizzativi e professionali e segnando di fatto la storia stessa dei servizi socio-educativi rivolti ai minori. La legge 328 del 2000 stabilisce, infatti, che siano gli Enti locali a fornire piena assistenza a tutti i minori, e quindi anche ai MSNA, ai quali si applicano, per analogia, le norme generalmente destinate alla protezione dei minori in difficoltà (in stato di abbandono, allontanati dalle famiglie, vittime di abuso). I Comuni si sono ritrovati, in questi ultimi 15 anni, a gestire una realtà complessa e dirompente, che ha richiesto grossi investimenti in termini di risorse (dal punto di vista economiche, sociali e operative) e li ha costretti a ripensare il proprio sistema di welfare in maniera da rispondere al bisogno dei minori soli (Giovannetti, 2008b; Belotti, 2010; Commissione di indagine sull’esclusione sociale, 2011; Accorinti, 2013, 2014; Giovannetti, Pacini, 2014).

I Comuni italiani, in particolare sino a qualche anno fa, sono stati costretti ad affrontare da soli le problematiche relative alla gestione e presa in carico dei minori stranieri non accompagnati. In particolare si sono fatti carico dell’assenza di procedure standardizzate a livello nazionale, della mancanza di un adeguato raccordo interistituzionale, dell’assenza di qualsiasi sostegno dal Governo centrale all’elaborazione e implementazione delle politiche, e della mancanza di strumenti e risorse sufficienti, per poter seguire adeguatamente la gestione dei singoli casi (dal primo contatto fino alla decisione in merito al rimpatrio assistito o all’integrazione). Ogni realtà territoriale ha sviluppato prassi diversificate nella gestione diretta dei minori stranieri non accompagnati e sofferto per la difficoltà nei rapporti, in termini di rapidità, efficienza e concertazione, con i vari soggetti coinvolti nel percorso di protezione e tutela del minore (Comitato minori stranieri, questure, prefetture, tribunali per i minori, giudici tutelari ecc.). (Giovannetti-Accorinti, 2017).

Tale situazione è – in parte – cambiata tre anni fa. In Italia il 2014 si è caratterizzato non solo per l’arrivo di oltre 170.000 migranti via mare, ma anche per una serie di interventi a carattere istituzionale volti a ridefinire il sistema di accoglienza che ha riguardato anche i minori stranieri non accompagnati rintracciati sul territorio nazionale. Con il Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati approvato in Conferenza Unificata il 10 luglio 2014 si è inaugurato un nuovo approccio per l’accoglienza dei MSNA, attribuendo al Ministero dell’Interno la responsabilità dell’organizzazione della loro accoglienza, superando il precedente regime che distingueva i minori non accompagnati richiedenti asilo dai non richiedenti asilo. In particolare, con l’Intesa sancita in Conferenza Unificata, si è ribadita la necessità di ricondurre a una governance di sistema la presa in carico dei MSNA, impegnando il Ministero dell’Interno ad aumentare la capienza dei posti nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), per garantire l’accoglienza di tutti i minori, richiedenti asilo e non e a predisporre procedure finalizzate all’immediata accoglienza degli stessi.

Il Piano nazionale prevedeva l’accoglienza dei MSNA in due fasi:

  1. Primissima accoglienza – attivazione di strutture governative ad alta specializzazione con funzioni di identificazione, di eventuale accertamento dell’età e dello status, anche al fine di accelerare l’eventuale ricongiungimento con parenti presenti anche in altri Paesi dell’UE, individuate e autorizzate dalle Regioni con il coordinamento del Ministero dell’Interno;
  2. Secondo livello di accoglienza di tutti i MSNA nell’ambito dello SPRAR, adeguatamente potenziato e finanziato.

In sostanza questo sistema articola e specifica il nuovo assetto dell’accoglienza destinato ai MSNA prevedendo l’attivazione di strutture governative dislocate sul territorio e deputate all’accoglienza di brevissima durata per la fase di primo rintraccio (con funzioni di identificazione, eventuale accertamento dell’età e dello status), e attraverso la pianificazione dell’accoglienza successiva con un adeguato potenziamento dei posti della rete di seconda accoglienza, nell’ambito degli specifici progetti territoriali. A livello territoriale, gli Enti locali in collaborazione con le realtà del Terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che oltre al vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di orientamento e accompagnamento legale e sociale, nonché la costruzione di percorsi individuali di inclusione e di inserimento socioeconomico. (Giovannetti-Accorinti, 2017).

Attualmente, seppure il sistema di accoglienza sia oramai stato delineato, il percorso di accoglienza risulta ancora non strutturato ma soprattutto non rispondente all’intera domanda di accoglienza: il sistema dispone di circa 1.000 posti di prima accoglienza e poco più di 2.000 posti in seconda accoglienza nell’ambito della rete SPRAR. Tale situazione che si sta prolungando da tempo, non solo non permette di affrontare in maniera strategica il fenomeno, ma fa sì che si sovrappongano situazioni di tipo emergenziale che producono un impatto sul sistema così come si era andato configurando fino al 2014. In particolare infatti si deve considerare che la maggior parte dei minori, secondo i dati ANCI, è ancora oggi accolta nelle strutture convenzionate con gli Enti locali anziché nelle strutture governative e che tali variegati tipi di accoglienza fanno sì che la presa in carico dei minori non accompagnati in Italia si caratterizza per una forte eterogeneità (Giovannetti-Accorinti, 2017).

Inoltre si deve ricordare che il 6 maggio 2017 è entrata in vigore la Legge n. 47/2017, dal titolo “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (cosiddetta “Legge Zampa” dal nome della relatrice), che introduce una serie di modifiche alla normativa vigente al fine di rafforzare gli strumenti di tutela garantiti dall’ordinamento in favore dei minori stranieri. Modifiche che hanno una ricaduta in termini di azione sociale.

Essa definisce la nozione di MSNA enunciata all’articolo 2 («si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano») e introduce un concetto più ampio e di maggiore tutela dello Stato rivolto ai MSNA. Inoltre la Legge, da un lato, introduce esplicitamente un divieto assoluto di respingimento alla frontiera dei MSNA (che non può essere disposto in alcun caso ribadendo quindi il comma 1-bis dell’art. 19 del TU immigrazione d.lgs. 286 del 1998); dall’altro lato, modifica la disciplina relativa al divieto di espulsione che, in base alla normativa vigente, può essere derogato esclusivamente per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato, stabilendo che, in ogni caso, il provvedimento di espulsione può essere adottato a condizione che non comporti «un rischio di danni gravi per il minore».

Ma gli elementi di novità da evidenziare sono quelli che riguardano le misure per l’accoglienza dei minori e, più in generale, il rafforzamento dei diritti e delle tutele in loro favore.

Rispetto agli interventi sociali, la Legge non introduce di fatto un nuovo sistema di accoglienza, ma modifica le disposizioni previste dal decreto n. 142 del 2015 (in particolare all’articolo 4), con le quali: si riduce da 60 a 30 giorni il termine massimo di trattenimento dei minori nelle strutture di prima accoglienza, si stabilisce un termine massimo di 10 giorni per le operazioni di identificazione (attualmente non è previsto alcun termine) e si introduce in via generale il principio di specificità delle strutture di accoglienza riservate ai minori. Tali indicazioni avranno un peso significativo sul sistema attualmente in vigore che vede una sovrapposizione di strutture differenti.

A conclusione di questa parte, per rispondere al quesito iniziale, si può dire che rispetto all’accoglienza dei MSNA non richiedenti asilo emergono due istanze contrapposte: da una parte l’accompagnamento e il supporto rivolti al soggetto-minore che, in quanto tale, necessita di tutela e protezione; dall’altra il controllo, la restrizione dei diritti e, in alcuni casi, il respingimento che sono generalmente riservati alle persone che varcano irregolarmente la frontiera. In uno studio comparativo realizzato dalla European Migration Network [2015] si è osservato che solo una minoranza di Paesi membri (Bulgaria, Italia, Spagna e Ungheria) prevede per questi minori uno status particolare che, in virtù della loro minore età e sulla base di motivazioni di tipo umanitario, ne impedisce il respingimento. Al contrario, nella maggior parte dei paesi la legislazione non contempla un trattamento speciale per questi minori ai quali, almeno in linea teorica, si dovrebbe impedire l’ingresso così come avviene per i cittadini di paesi terzi adulti che non soddisfano le condizioni d’entrata (generalmente visto e passaporto).

  1. i Centri di accoglienza per MSNA: quali sono ?

Le strutture storiche per i MSNA sono quelle gestite dagli Enti locali, i quali sono sempre stati deputati alla tutela e all’accoglienza di qualunque minore ritrovato nel proprio territorio senza la protezione di un parente adulto di riferimento.

Alle strutture aperte dai Comuni (generalmente in convenzione con Enti del Terzo settrore) si sono affiancate nel 2013/2014 quelle del Sistema di Protezione e Accoglienza per Richiedenti Asilo e Rifugiati – SPRAR, che, con il “Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”, approvato in Conferenza unificata il 10 luglio 2014, ha avuto mandato dal Ministero di accogliere anche minori che non richiedessero la protezione internazionale. Ma proprio il Ministero dell’Interno (attraverso la Struttura di missione specificatamente istituita il 2 febbraio 2015) ha chiesto alle Prefetture (anche attraverso i Centri di Accoglienza Straordinaria, definiti “CAS minori”, per la “primissima accoglienza”, assetto confermato dal d.lgs. n. 142 del 2015) di aprire strutture alloggiative per MSNA.

Attualmente quindi i Centri di prima accoglienza per i MSNA sono (o dovrebbero essere) di due tipi: Centri governativi di prima accoglienza (Art. 19 comma 1, D.lgs 142/2015), chiamati per brevità “Centri MSNA FAMI” e Strutture ricettive temporanee (Art. 19 comma 3-bis, D.lgs 142/2015), chiamati per brevità “CAS Minori”. Per la seconda accoglienza la gran parte è ancora amministrata dagli Enti locali (che ricevono un contributo da parte del Ministero dell’Interno) e dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR).

Se da una parte rimane chiaro l’impegno dello Stato sia a non espellere MSNA sia anche a imporre ai pubblici ufficiali, agli incaricati di pubblico servizio e agli enti che prevalentemente svolgono attività sanitarie o di assistenza, che vengono a conoscenza dell’ingresso o della presenza sul territorio di un MSNA, di attivarsi per l’immediata presa in carico dei servizi e in particolare dell’accoglienza specifica per i MSNA, dall’altra parte il quadro normativo recente, le scelte che hanno portato a politiche settorializzate (tra cui la promulgazione di una specifica legge sui MSNA) e la logica sempre più legata alla cultura dell’emergenza (che “impone” alle Prefetture l’apertura di CAS minori), sembrano rispondere a una visione della dimensione organizzativa che considera “lo straniero” piuttosto che “il minore”. Si tratta di un passaggio importante dal punto di vista della cultura di intervento sociale, sul quale si possono sicuramente avere posizioni differenti, ma che sembra dimenticare il percorso che ha caratterizzato molte battaglie del Servizio sociale attraverso le quali ci si è allontanati dalle strutture di grandi dimensioni e istituzionalizzanti e da progetti di assistenza opachi e generalisti per una presa in carico individualizzata e completa.

Far assumere il ruolo di supplenti della prima accoglienza a Centri pensati come “straordinari” e quindi strutturalmente temporanei, fa sì che si improvvisano progettualità e servizi, a scapito dell’accompagnamento nel personale iter procedurale di tutela e di inserimento.

Considerando infatti i tre principali tipi di Centri (quelli governativi di prima accoglienza, i CAS minori e le strutture SPRAR gestite insieme ai Comuni), ognuno ha requisiti strutturali differenti e offre servizi solo in parte analoghi a ragazzi con caratteristiche e bisogni simili. Inoltre tutta la rete dei Centri di accoglienza che gli Enti locali hanno gestito da tempo, secondo regole e sistemi di accreditamento a carattere regionale/territoriale, si sta sempre più caratterizzando per un continuo processo di trasformazione che risponde a disposizioni “straordinarie” (basate su modelli di rendicontazione di dati fisici ed economico-finanziari) piuttosto che al locale approccio socio-educativo costruito sull’esperienza pedagogico-didattica e codificato nel tempo dagli operatori del settore. Così come le differenziate forme di invio/collocamento in comunità dei MSNA sono un altro indicatore dell’assenza di una gestione concordata e condivisa: da una parte infatti la Struttura di missione (istituita presso il Ministero dell’Interno che si occupa del Centri FAMI), da altra parte le Prefetture (che si occupano dei CAS minori e rispondono al Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno) e da altra parte ancora i collocamenti nei territori prevalentemente interessati dagli sbarchi. Tali differenti sistemi (non solo procedurali) hanno determinato sul territorio nazionale situazioni estremamente variegate e talvolta per nulla coordinate.

La disponibilità complessiva di posti sia nella primissima accoglienza sia nello SPRAR sembra essere non commisurata all’entità degli arrivi, che si sommano ai MSNA già presenti sul territorio. Risulta purtroppo ancora frequente il collocamento immediato da parte delle Prefetture o dei Comuni dei luoghi di sbarco, al di fuori dei circuiti istituzionali. A tal proposito è necessario segnalare che negli ultimi mesi molti MSNA giunti via mare sono stati trattenuti per molto tempo nei Centri di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa, Pozzallo e Taranto (oggi trasformati in Hotspot), in attesa di essere trasferiti in strutture per loro dedicate. Così come, molto spesso, viene segnalata la presenza di MSNA all’interno dei CAS per adulti, con il rischio di ritardare gli interventi di tutela e protezione, soprattutto quando tali strutture sono collocate nel territorio di piccoli Comuni, le cui capacità di intervento non sono commisurate alla complessità delle situazioni su cui sono chiamati a intervenire (in particolare quando si tratta di un numero elevato di minori inseriti in strutture inadatte, senza il coinvolgimento del Sindaco sul quale ricade ex lege tutta la responsabilità della tutela).

  1. La situazione romana

Roma è la città con il maggior numero di minori stranieri non accompagnati in Italia e, probabilmente, in Europa. Considerando gli ultimi dieci anni da un valore che di poco superava i 400 MSNA nel 2008 si è arrivati a circa 16.500 nel 2012. Nel periodo di riferimento il Comune di Roma (Roma Capitale) ha avuto in carico più di 4.200 MSNA con i quali è stato effettuato un intervento di accoglienza e integrazione da parte dei Servizi sociali cittadini.

Ma il panorama cittadino è più complesso e deve anche comprendere quei minori che:

1) vengono identificati nelle operazioni di polizia nelle aree in cui viene praticata la prostituzione, dopo essersi dichiarati minorenni ed essere stati accolti nei Centri, ritornano alla realtà di dove sono stati fermati;

2) sfuggono alla struttura che li ospita nelle prime 2/3 settimane dall’arrivo, sia perché hanno l’obiettivo di raggiungere un’altra destinazione, o perché in realtà ci sono adulti di riferimento nel territorio italiano – forse non parenti di sangue – che si occupano di loro.

Di fatto dall’anno 2011, corrispondente agli effetti della cosiddetta “Primavera araba” e al programma “Emergenza Nord D’Africa” che è perdurato per tutto il 2014, Roma Capitale si è trovata in prima linea nell’accoglienza dei MSNA rispetto a molti altri comuni italiani.

I dati più recenti evidenziano che nel corso del 2016 Roma Capitale ha accolto 2.625 MSNA, mentre nel corso del primo semestre 2017 ne sono stati accolti 1.864.

Non si hanno dati più disaggregati sui MSNA attualmente accolti a Roma, tuttavia è bene far presente che tra il 2010 e il 2014 l’apertura di strutture di emergenza per MSNA è stata effettuata senza rispettare i criteri e le indicazioni che il Ministero dell’Interno aveva stipulato per l’intero territorio italiano, assegnandole direttamente a Enti senza specifica esperienza in materia e con condizioni che non rispettavano gli standard di protezione dei minori. Questi fatti che sono stati oggetto di indagine da parte della Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Roma (Ufficio del Procuratore dei minori), hanno fatto sì che solo recentemente l’Amministrazione abbia impostato un programma di verifica e monitoraggio dei Centri di accoglienza (che si affianca a quello svolto dal Ministero dell’Interno).

Complessivamente, la U.O. “Protezione Minori” si avvale attualmente di 6 Centri di Pronta Accoglienza e di una rete di Centri per la seconda accoglienza. Certo è che nella Pronta Accoglienza i MSNA risiedono anche per mesi.

di Marco Accorinti


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