Lavoro

Scritto da il 25 gennaio 2018


Opinioni dei lettori
  1. Rosanna   il   14 marzo 2018 alle 7:49

    Grande Andrea. Lavoro è una straordinaria e contemporaneamente chiara e semplice analisi. Una lezione viva resa anche piacevole per le bellissime canzoni che fanno da supporto all’attenzione. Mi piacerebbe pensare a incontri radiofonici nelle scuole. Tanti anni fa c’era la “Radio per le scuole” . Ci pensiamo?
    Complimenti anche per il tuo ritmo calmo e chiaro..
    Grazie. Ho passato una serata insolita

  2. Anelio Corsi   il   14 marzo 2018 alle 15:58

    ROMA CITTA’ DEL LAVORO POVERO

    A Roma secondo Unioncamere aumentano imprese ed occupati ma contemporaneamente diminuiscono valore aggiunto e redditi individuali.
    Il valore aggiunto è la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie all’intervento dei fattori produttivi (capitale e lavoro) a partire da beni e risorse primarie iniziali.
    Poco valore aggiunto, di norma, è il segnale della presenza di lavoro povero e nero, quindi, di norma, di redditi bassi.
    Roma sta affogando nei lavoretti, nella precarietà, nel lavoro povero che non consente una vita dignitosa.
    Il lavoro “cattivo” cresce e resta alta la disoccupazione.
    I motori dell’involuzione del lavoro e dei redditi a Roma sono principalmente tre: la pubblica amministrazione, il sistema degli appalti e subappalti (spesso anch’essi di derivazione pubblica) e l’area delle famiglie.
    La prima, secondo i dati Istat, produce nelle sue strutture sempre più contratti di lavoro che non superano i 90gg/anno individualmente; il secondo, con imprese pirata e finte cooperative (soprattutto nella logistica), destruttura il sistema retributivo del lavoro e dei diritti; il terzo motore, le famiglie che hanno visto ridursi drasticamente il potere di acquisto nel corso della crisi, nel tentativo di assorbire l’assenza del pubblico nel sociale, alimentano lavoro nero e grigio, nell’alveo della gestione della vecchiaia, della non autosufficienza e anche dei lavori domestici.
    A questi motori di lavoro povero ne andrebbe aggiunto un quarto, in costante crescita, le piattaforme tecnologiche che producono il lavoro delle app, che sfugge ad ogni rilevazione statistica.
    In ultimo, ma non per ultimo, andrebbe analizzata l’altissima evasione fiscale e contributiva presente in tutta l’area metropolitana che è essa stessa causa e effetto di lavoro povero.
    Questa ultima dinamica, purtroppo, si sviluppa e si alimenta in un clima di “indifferenza istituzionale” dei Comuni dell’area metropolitana compreso il Comune di Roma.
    A Roma e nell’area metropolitana, infatti, i Patti Antievasione o non vengono sottoscritti dai Comuni o quando vengono sottoscritti rimangano solo sulla carta.
    Così Roma e la sua area metropolitana rimangono prigioniere di una spirale negativa che le trascina sempre più in basso con le dinamiche tipiche dei territori ostaggi della mediocrità dei propri gruppi dirigenti.

  3. Anelio Corsi   il   14 marzo 2018 alle 16:01

    LAVORO E INNOVAZIONE TECNOLOGICA DIGITALIZZAZIONE

    La capacità di governare l’innovazione e contrattare la digitalizzazione, definisce la strada con la quale puntare al “buon lavoro” e alla “buona società”.
    L’innovazione tecnologica e sociale serve e deve essere sostenuta principalmente tramite investimenti pubblici piuttosto che tramite incentivi alle imprese, ma soprattutto la politica ha il dovere di indirizzarla socialmente e politicamente.
    Superando l’idea che i contributi statali dati alle imprese (costituiti dalla tasse pagate principalmente da lavoratori e pensionati) per l’innovazione digitale e produttiva, (erogati sia livello nazionale che regionale attraverso i fondi europei), e che ammontano negli ultimi 15 anni ad una media di circa 25/30 mld di euro anno, possano essere, come è oggi, completamente privi di vincoli sociali e occupazionali.
    La tecnologia è un ineluttabile evolversi del mondo, è frutto di scelte, indirizzi, ma non può servire esclusivamente al profitto, deve rispondere alla ricostruzione della reale esigibilità dei diritti sociali classici e garantire il diritto all’accesso ai nuovi diritti sociali emergenti; mettersi al servizio dell’eguaglianza, non sottrarre libertà, libero arbitrio.
    Deve quindi favorire partecipazione e democrazia. Per questo va governata.
    Per questo governare significa rivendicazione di investimenti, miglioramento delle condizioni di lavoro, delle prestazioni, della sicurezza del lavoro, della sua riconoscibilità e valorizzazione.
    A partire da una analisi approfondita sulle dinamiche messe in moto dalla stagione degli algoritmi e della loro presunta, molto presunta, neutralità che invece si colloca perfettamente nell’alveo dell’ideologia dominante “ne destra ne sinistra solo soluzioni ai problemi”.
    La formula “contrattare l’algoritmo” è affascinante ma ancora priva di reali contenuti.
    Che cosa significa? Quali sono le parti dell’algoritmo su cui ci si dovrebbe concentrare?
    Per comprendere questa affermazione, bisogna chiedersi cosa, nell’algoritmo, determina le condizioni di lavoro e dove devo incidere per poterle rendere positive.
    Ovvero dobbiamo chiederci se il nuovo capo del personale sarà un algoritmo, cioè una formula matematica, o una persona con cui si possono costruire mediazioni sindacali e sociali.
    Intendo dire che si dovrà sempre più fare in modo che gli input che verranno calcolati dall’algoritmo per determinare orari, professionalità, presenze, carichi di lavoro, abbiano, tra le variabili da calcolare, parametri utili ai lavoratori e ai cittadini, come fruizione dei diritti, rispetto delle norme contrattuali, formazione, tempi di riposo e così via.
    Su questi temi resta un ritardo della sinistra nell’affrontare a questo livello l’innovazione.
    Come si può fare per colmarlo?
    Superando l’idea che i processi di digitalizzazione siano esclusivamente o prevalentemente industriali, e iniziare a vederli e a coglierne le implicazioni, anche nei servizi, nel terziario, nel sociale e nella amministrazione pubblica.
    L’innovazione tecnologica, la digitalizzazione e le piattaforme di lavoro rimandano al divario da colmare tra l’apparenza di un futuro apparentemente dominato da autonomia e autorganizzazione dei lavoratori e la materialità della realtà oggettiva dell’arretrato fordismo del lavoro che genera.
    Nello stesso tempo dobbiamo chiederci come riunificare le “vite contraddittorie”, per esempio dell’utente-lavoratore di Amazon, il quale oltre a vivere la difficile condizione di occupato in quella azienda ne è anche consumatore e quindi alimentatore del ciclo produttivo e del connesso sistema retributivo e dei diritti ma significa anche riunificare le discontinuità di reddito e diritti dei lavoratori della Cultura e della Multimedialità.
    Colmare il ritardo della sinistra su questi temi, significa anche domandarsi quale innovazione è necessaria per dare maggiori e migliori risposte sociali.
    Come la connessione può rispondere, per esempio, a un servizio sanitario e sociosanitario davvero universale anche nelle aree interne del Paese; come gestire contraddizioni, diritti da riconquistare, investendo su tutto ciò che è compatibile con la qualità della vita delle persone nel territorio, è una bella sfida per la politica territoriale.
    Una sfida per la nostra ambizione di costruire, davvero, una sinistra evoluta.
    Andando ben oltre i concetti tecnici di Industria 4.0 o Impresa 4.0, cogliendo i limiti di una visione che mette le aziende al centro di questi processi, le carenze di provvedimenti che sono comunque parziali.
    Passi importanti che hanno ovviamente bisogno di essere effettivamente diffusi nel territorio e tra le persone, conosciuti in tutto il partito; che devono diventare le domande e le proposte che informano tutta la nostra azione.
    Da questo punto di vista siamo al minimo delle nostre possibilità.
    Lo dimostra la scarsa discussione su questi temi di una sinistra ancora piegata su stessa inutilmente oscillante tra ricordi e l’adesione acritica alle analisi propinate da La Repubblica e Corriere della Sera.
    Ancora prevale, nella sinistra, il rinvio al futuro, la fatica a rendersi conto che il cambiamento è già in essere e sarà continuo sfuggendo, ancora una volta, all’occasione straordinaria per diventare il soggetto promotore di un cambiamento positivo nel nostro territorio e nel Paese.

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