A. Secci – Riflessioni sul momento attuale

Scritto da il 9 novembre 2018

Niente meglio della trasmissione Le Iene descrive la decadenza della cultura della convivenza in Italia. Accuse urlate, tribunali giacobini improvvisati, scienza vilipesa e grandi opere ricette del diavolo (stile Grillo). Dal canto suo un assertivo Salvini ha semplici ricette: razziste dal punto di vista sociale e isolazioniste per quanto attiene all’economia. Di mafia e criminalità non si parla più e i problemi reali dell’economia sono frutto di qualche complotto.

Nell’ immediato continua il baratto tra i due partiti di governo sulle legge su prescrizione dei reati e il decreto sicurezza mentre aumenta lo scontro per le più bieche lottizzazioni che si ricordino dai tempi della Prima Repubblica. Fino a quando gli italiani resteranno vittime di questa farsa? Che cosa è diventata la società italiana in questi anni per abboccare così facilmente a queste fandonie che sono alle base di queste leggi fuori dalla storia? Il discorso sarebbe lungo ed altri migliori di noi hanno scritto fiumi di inchiostro sull’argomento, anche se pochi hanno il coraggio di dire che per uscire da questo clima ci vorrà tempo e che non basteranno i richiami alle origini o qualche fronte comune democratico per ricostruire un senso di convivenza civile nel paese. Il problema vero è che l’Italia sta perdendo la sua grande tradizione culturale e la sua capacità innovativa imprenditoriale di fronte alle sfide del mondo odierno. I dati sono sull’analfabetismo funzionale di ritorno sono ancora impressionanti, così come quelli sull’abbandono scolastico e sulle diseguaglianze in materia educativa fra nord e sud, certificati dal MIUR, e sulla riduzione del numero dei laureati in rapporto al numero dei giovani (la metà di altri paesi europei), mentre l’innovazione informatica stenta a decollare nell’industria e si stima che manchino già adesso circa mezzo milioni di tecnici informatici. Del resto la grande industria è scomparsa dall’orizzonte e i tentativi, capeggiati dall’ultrà liberista Istituto Bruno Leoni, per privatizzare quel che resta di grandi imprese pubbliche, sembrano avere successo. La situazione romana è emblematica e lo scontro del referendum per la privatizzazione dell’Atac a Roma sta a dimostrarlo. Le poche imprese che danno fiato al nostro export, circa 3000, fanno oltre il 70 % del loro fatturato in Europa, che andrebbe considerato un mercato domestico. Solo 12000 aziende in tutta Italia hanno oltre 100 addetti. Cambia così il paradigma del lavoro e si va verso un capitalismo dove ognuno deve diventare imprenditore di sé stesso. La recente proposta di introduzione della flat tax per i lavoratori autonomi (15 per cento fino a 65000 euro) darà il via libera ad una massiccia precarizzazione dei rapporti di lavoro. Infatti basta fare due calcoli per vedere che con la flat tax gli autonomi pagheranno 9.750 euro mentre un lavoratore dipendente a parità di reddito lordo di 65.000 euro né pagherà 21.320, una differenza di 11.570 euro all’anno! Quante imprese consiglieranno ai loro quadri di mettersi in proprio e quanti accetteranno? Il ritardo della modernizzazione della pubblica amministrazione è sotto gli occhi di tutti e la carenza di professionalità blocca gare ed appalti. Mentre il governo attuale continua nella politica dei condoni (fiscali, ambientali, penali e chi più ne ha ne metta) l’evasione fiscale rimane a livelli superiore alla media di qualsiasi paese industrializzato.

La buona politica è schiacciata dagli errori condotti nel passato dai partiti che l’avevano rappresentata, e anche se tentativi autoritari riaffiorano qua e là va detto che le istituzioni ed il tessuto democratico per ora tengono e una loro demolizione sistematica sembra non aver successo. Ma fino a quando? Solo uno shock può svegliare l’Italia? Forse, nel frattempo si deve lavorare per mettere in rete tante buone pratiche sociali esistenti sul territorio e costruire le basi per la costruzione di una nuova forza radicata nei territori, nelle scuole e università, nelle professioni, nelle aziende , e fare comunità. In piccolo è quello che vogliamo contribuire a fare.

Radio fondamenta 7.11.18

Andrea Secci


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